Gli Istituti Tecnici Superiori costituiscono la prima esperienza italiana di offerta formativa terziaria professionalizzante legata al sistema produttivo territoriale e al mercato del lavoro. Si tratta dell’unico canale di istruzione realmente monitorato e finanziato dal MIUR e dalle singole Regioni in base ai risultati. Nell’ultimo biennio oggetto di monitoraggio, ossia quello chiuso entro il 2017 e valutato ad un anno di distanza, abbiamo avuto 139 percorsi realizzati da 73 Fondazioni, con oltre 3000 iscritti e circa 2600 diplomati. Un dato in costante crescita rispetto ai circa 1000 diplomati del 2013.
Se si va ad analizzare la provenienza di questi diplomati ci si accorge che, come logico, la maggioranza, circa il 62% proviene da istituti tecnici. Tuttavia, ci sono dei trend in evoluzione, per cui oltre il 21% provengono da percorsi liceali ed il 6% dei diplomati erano già in possesso di una laurea. Questi ultimi dati testimoniano certamente l’esistenza di una sfida culturale in atto. Una prospettiva di sviluppo va quindi nella direzione di una maggiore conoscenza da parte delle famiglie, degli operatori del sistema scolastico secondario e degli studenti, che consenta agli ITS di poter incrementare sia il numero degli iscritti che la qualità degli stessi. C’è quindi un tema di identità e di comunicazione da affrontare e risolvere, sia su base regionale che nazionale. Al contempo, a livello organizzativo è necessario che gli ITS si dotino di standard che garantiscano livelli essenziali delle prestazioni uniformi su tutto il territorio nazionale. Altro fattore di sviluppo potrà essere determinato da una configurazione politecnica dell’offerta accademica, quantomai necessaria per andare incontro alla domanda delle imprese ed alle esigenze curriculari di una didattica sempre più orientata alla interdisciplinarietà. Indispensabile infine la ricerca di una dimensione HUB, nella quale gli ITS svolgano un ruolo di primo piano quali centri di trasferimento tecnologico in stretta interazione con le imprese e le università. Alcune esperienze di questa natura sono già in corso.

Come si colloca la formazione fornita dagli ITS nell’ambito del rapporto scuola-imprese-mondo del lavoro? Esistono dati aggiornati sull’avviamento al lavoro di chi frequenta gli ITS, i livelli di gradimento, etc.?

L’80% dei diplomati dell’ultimo percorso monitorato ha trovato lavoro ad un anno dal diploma, di questi il 90% in un’area coerente con il percorso concluso. Le migliori performance occupazionali sono state per Mobilità sostenibile (83,4%), Tecnologie dell’informazione e della comunicazione (82,5%) e Nuove Tecnologie per il made in Italy (80,3%).
Tra gli ambiti delle Nuove Tecnologie del made in Italy si segnalano le performance del Sistema Meccanica (91,9%) e del Sistema Moda (86,3%). Questi risultati sono certamente legati alla forte impronta pratica e laboratoriale della didattica dei vari ITS. Basti ricordare la forte presenza di attività laboratoriali (42% ore di stage; 27% delle ore di teoria in laboratori di impresa e di ricerca) con docenti del mondo del lavoro (70%). Tutto ciò rappresenta una garanzia contro il rischio di «accademizzazione» dei percorsi, evitando in tal modo la riproposizione di modelli esclusivamente trasmissivi e basati sulla lezione frontale. Tali risultati segnalano un elevato apprezzamento sia da parte delle imprese, che costituiscono il terminale ed il “termometro” del gradimento rispetto al sistema ITS, sia da parte degli allievi.
Da una Customer Satisfaction realizzata da Indire per conto del MIUR, si evince che oltre l’80% degli studenti ITS si ritiene soddisfatto del corso svolto. Malareale domanda è quanti dei neodiplomati e comunque degli studenti che negli anni sono usciti dalla formazione della scuola secondaria di secondo grado sono riusciti effettivamente ad incontrare il sistema ITS? Il problema più evidente, infatti, sta nella collaborazione con gli Istituti scolastici e nella scarsa visibilità e riconoscibilità del brand ITS per i diplomati e per le loro famiglie.

Quali sono i principali elementi che attualmente definiscono il rapporto fra ITS e realtà consortili come Intellimech o Innovation District come Kilometro Rosso?

Per rispondere a questa domanda partiamo da qualche numero relativo alla partecipazione delle imprese nel sistema ITS. Queste sono significativamente presenti nel partenariato, rappresentando circa il 40% dei soci delle Fondazioni ITS. Tale importante presenza si materializza in circa 2.500 stage aziendali attivati solo nell’ultimo anno, così come nella partecipazione diretta delle imprese alla progettazione dei piani di studio dei 139 percorsi in relazione alle diverse figure nazionali previste. Tali azioni sono finalizzate all’esigenza che caratterizza il “DNA” degli ITS, ossia quella di cogliere le tendenze e le traiettorie del lavoro, soprattutto in relazione alla grande trasformazione in atto. Per tali motivi è auspicabile una sempre maggiore partecipazione del mondo dell’impresa in generale e, conseguentemente e a maggior ragione, anche di realtà consortili come quelle sopra ricordate, che possono divenire partner ancor più privilegiati per progetti innovativi e sperimentali, già fortemente presenti nella didattica ITS. Per essere più espliciti un ITS non può essere classificato come tale se non è partecipato direttamente ed attivamente da soggetti imprenditoriali ed industriali di rilievo che ne orientino i contenuti curriculari supportando al contempo i processi di didattica applicativa, innovazione e trasferimento tecnologico.

Quali sono, a suo giudizio, i possibili e fattibili progetti di crescita nel dialogo fra ITS e le realtà che guidano lo sviluppo 4.0 in Italia, come ad esempio Confindustria, AFIL e gli HUB tecnologici?

Le tematiche dello sviluppo 4.0 sono da tempo nell’agenda didattica degli ITS. Il progetto MIUR ITS 4.0 è già arrivato alla terza edizione, con importanti ed evidenti risultati ottenuti sia dal punto di vista metodologico che delle prototipizzazioni sviluppate. Altro aspetto di grande interesse, rispetto a tale argomento, su cui i vari ITS stanno ponendo forte attenzione, è quella dei Centri di Trasferimento Tecnologico. Al momento, dei 16 centri certificati da Unioncamere per conto del MISE, si segnala la presenza di due strutture laboratoriali di altrettanti ITS, quello dell’ITS ICT del Piemonte e quello dell’ITS Meccatronica dell’Umbria. Ma forte fermento ed interesse c’è da parte di altre Fondazioni ITS che certamente già nel corso di questo anno andranno ad incrementare la presenza di strutture ITS nell’elenco dei centri voluti e certificati dal MISE. Questo potrebbe permettere un ulteriore salto di qualità, sia dal punto di vista didattico, sia anche da quello della collaborazione con le realtà che guidano lo sviluppo 4.0 in Italia. Tutto ciò, come già detto, potrebbe portare alla realizzazione di Hub tecnologico – formativi che siano in grado di fornire servizi alle imprese sia dal punto di vista della formazione di personale adeguato sia per quanto riguarda possibili sinergie per innovazioni di prodotto e di processo. Confindustriahasindallanascita promosso gli ITS e ne supporta in generale lo sviluppo. Un esempio: per quanto attiene alle policy 4.0, è fornito dall’interazione con iDigitalInnovationHubedalla numerosa partecipazione delle associazioni territoriali e delle imprese associate al partenariato ed alla governance degli ITS.

https://www.intellimech.it/lesperienza-degli-its-fra-presente-e-futuro/