Scuola 24_ Quando il tecnico diventa 4.0 posto sicuro a un anno dal titolo


di Claudio Tucci

L’industria moderna, dalla grande impresa all’ultima delle pmi, non ha bisogno di mani capaci di ripetere all’infinito lo stesso gesto. Necessita, piuttosto, di personale specializzato in possesso di elevate abilità, «soft and hard skills». Industria 4.0 ha semplicemente accelerato il processo; e per questo le imprese, per tenere il passo, stanno guardando con sempre maggior interesse al settore più avanzato della scuola italiana, vale a dire gli Its, gli istituti terziari, non universitari, di alta tecnologia, post diploma, decollati nel 2010, in grado di formare “super periti 4.0”, che vanno letteralmente “a ruba”.

A dirlo sono i numeri: l’82,5% dei diplomati - dato 2018 - ha trovato un impiego a 12 mesi dal titolo e, nella quasi totalità dei casi, 87,3% per la precisione, in un’area coerente con il percorso concluso. Ciò accade «perchè gli Its si collegano a un bisogno reale delle aziende, infatti sono intercorrelati con i responsabili di produzione, con loro definiscono i piani di studi, le competenze sono sviluppate nei luoghi di lavoro, i docenti che provengono da imprese o realtà professionali sono il 68,9%, e gli stage rappresentano il 41,6% delle ore totali», spiega Antonella Zuccaro, ricercatrice di Indire, l’ente, guidato da Giovanni Biondi, che, su input del Miur, ormai da quattro anni monitora i percorsi Its.

A rafforzare i numeri, già di per se significativi, si aggiungono le testimonianze raccolte nei territori. Paola Perabò è vice presidente Danieli Academy: «La mia azienda collabora con l’Its Malignani di Udine, e siamo molto soddisfatti del rapporto creato - dice -. La formazione terziaria professionalizzante è strategica per tutta la manifattura. Va però spinta di più, e meglio, coinvolgendo famiglie e studenti e puntando forte su soft skills e 4.0». Sulla stessa lunghezza d’onda Giuseppe Cioffi, ad di Tarkett spa, impresa leader del settore pavimenti, con stabilimento per la produzione di Linoleum a Narni (Tr). Anche per lui il link scuola-lavoro 4.0 «è centrale», perché promuove «un investimento in capitale umano qualificato di cui le imprese, specie ora nell’era di Industria 4.0, hanno fortemente bisogno».

Il sasso nello stagno l’ha lanciato Confindustria qualche giorno fa su questo giornale indicando, sulla base di rielaborazioni di dati Unioncamere e Anpal, in 469mila i “tecnici” richiesti dal mondo del lavoro nei prossimi cinque anni (e il numero non tiene conto degli effetti di quota 100, ndr); sottolineando, tuttavia, che già oggi il 33% delle selezioni è “quasi impossibile” (per carenza di figure idonee). L’allarme è concreto: dal 2018 al 2022, entrando nel dettaglio, viene stimato che verrà offerto un posto di impiego a 264mila operai specializzati, a 100mila ingegneri e a 65mila “colletti bianchi” in discipline scientifiche, 21mila dei quali nel solo settore chimico-farmaceutico. Di qui l’appello «a puntare sugli Its» lanciato a gran voce dal vice presidente degli industriali con delega al Capitale umano, Gianni Brugnoli.

Nella moda, in tutti i suoi comparti, volendo fare un altro esempio, «accanto a stilisti e designer, serviranno periti chimici e tessili, addetti alle confezioni, modellisti, prototipisti, meccanici, e la scuola non sarà in grado di coprire per intero il fabbisogno - racconta Paolo Bastianello, a capo del comitato per la Formazione di Smi (Sistema moda Italia) -. Ecco quindi l’importanza di rilanciare l’istruzione tecnica, secondaria e terziaria, in chiave 4.0, a cominciare dall’orientamento nei confronti di famiglie e studenti».

Anche perché gli Its, in particolare, sono nati, e si stanno affermando, proprio in stretta sinergia con territori e Industria 4.0: nei percorsi biennali infatti sono sviluppati prototipi di robot e stampanti in 3D, si punta sulla realtà aumentata a supporto dei processi produttivi, si fanno simulazioni tra macchine interconnesse (per ottimizzare i processi); o, ancora, si analizzano ampie base dati per spingere prodotti e processi. Un’attività, insomma, di formazione innovativa e in linea con le esigenze delle imprese.

Del resto, secondo le ultime stime, il 35% dei posti di lavoro nell’Unione europea richiederanno qualifiche elevate. Per questo uno dei principali obiettivi di Europa2020 prevede che, entro il 2020, appunto, almeno il 40% delle persone Ue tra i 30 e 34 anni sia in possesso di un diploma di istruzione terziaria o equivalente.

Serve, quindi, e in fretta, il salto di qualità. Le lauree professionalizzanti (14) sono appena partite, coinvolgendo finora 341 studenti (dato Crui al 25 ottobre). Gli Its, come visto, dove è già eccellente l’offerta didattica e il link con le aziende, fanno un pò meglio: 11mila ragazzi frequentanti. Ma si tratta, in entrambi i casi, di numeri ancora “cenerentola” se confrontati a livello internazionale. In Germania, patria del “duale”, i ragazzi inseriti nel sistema di formazione terziario professionalizzante sono ben 764.854. In Francia se ne contano 529.163, in Spagna, 400.341, nel Regno unito 272.487.

Di qui l’esigenza, da noi, di accelerare. Come? «Mantenendo alta l’attenzione sugli Its e non indebolendo il link scuola-impresa», chiosa Euclide Della Vista, imprenditore, e presidente della Fondazione Its Apulia digital maker.


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