Avvenire 21.07.2017 Tornare a Leonardo: pensare (e pure studiare) con le mani Istituti tecnici superiori e lauree professionalizzanti

2017, 22/07/2017

25 luglio 2017

In tempi di crisi anche gli intellettuali fanno andare le mani. O, meglio, imparano a ‘pensare con le mani’, secondo la felice espressione che dà il titolo a un saggio risalente alla metà degli anni Trenta e ancora attualissimo. L’autore, Denis de Rougemont, parlava per esperienza personale. Già direttore di una casa editrice, si era bruscamente ritrovato en chômage, cioè disoccupato, e ne aveva approfittato per interrogarsi a lungo sullo statuto del lavoro umano. Con un gioco di parole di non facile resa italiana, De Rougemont sosteneva che gli operai (ouvriers) non solo operano (oeuvrent), ma anche aprono (ouvrent) a una più piena comprensione della realtà. Il tema è molto presente nel dibattito contemporaneo, specie dopo che nel 2008 si è verificato quello che Mauro Magatti ha definito l’’infarto finanziario’ di un apparato ormai colpevolmente sganciato dal rapporto con la concretezza del vivere comune. ‘Non si apre se non si opera’ potrebbe essere, per esempio, la sintesi di Il lavoro manuale come medicina dell’anima, il libro del 2009 nel quale l’americano Matthew Crawford ha spostato la riflessione sul piano della soddisfazione e consapevolezza interiore. Acquisizioni importanti, ma il vero obiettivo rimane di natura sociale, politica, comunitaria. E, non da ultimo, educativa: «Ogni discorso sulla cosiddetta manualità – ha osservato di recente Eraldo Affinati – non può prescindere dalla riflessione su un nuovo spazio didattico che possa lasciarsi indietro per sempre l’aula chiusa, il suono della campanella, la lezione frontale, le interrogazioni programmate, insomma il mondo artificiale, cripto-ottocentesco, della vecchia scuola».

Il ragionamento vale per l’istruzione secondaria e dovrebbe valere, a maggior ragione, per quella terziaria, come dimostrano i dati diffusi nei giorni scorsi dalla Commissione Europea. Tra i Paesi dell’Unione l’Italia è quello con la percentuale più alta (19,9% contro la media continentale dell’11,5%) dei cosiddetti Neet, i giovani not in education, employment or training: che non studiano, non lavorano, non seguono un percorso formativo. Le ragioni dello sconfortante primato sono molte e vanno cercate anche all’interno di un sistema educativo che, privilegiando l’ideale di istruzione aulico chiamato in causa da Affinati, ha finito per trascurare la necessità del pensiero della mano, questa invenzione dell’uomo che – come negli stessi anni Trenta argomentava lo storico dell’arte Henri Focillon – ha permesso all’uomo di inventare se stesso. Lo potremmo definire l’equivoco del liceo classico, scuola concepita per l’élite e troppo presto trasformatasi in metro di paragone per l’intero sistema educativo, in un processo che in anni recenti ha condotto al sostanziale ridimensionamento degli istituti di formazione professionale. Ed è, in maniera ancor più accentuata, l’equivoco dell’accademia, dal quale discende la struttura delle lauree triennali, dispositivo ibrido che dovrebbe istruire e professionalizzare insieme e che, alla prova dei fatti, è rimasto al di sotto delle aspettative in ambito sia professionale sia culturale.

Si tratta di una constatazione ormai largamente condivisa, che il 12 dicembre scorso – giorno di insediamento del governo Gentiloni – ha portato all’istituzione delle lauree professionalizzanti, ultimo provvedimento preso dalla titolare uscente del Miur, Stefania Giannini, e finora recepito in via prudenziale dalla sua succeditrice, Valeria Fedeli. Siamo, ancora una volta, davanti a un percorso triennale, da realizzarsi in stretta collaborazione tra atenei e aziende, in modo da favorire il rapido inserimento occupazionale degli studenti. Pratica di per sé virtuosa, che purtroppo rischia di sovrapporsi, se non di entrare in conflitto, con una realtà già esistente, quella degli istituti tecnici superiori (Its), che nella loro breve storia hanno dato buona prova di sé. Anche questa è infatti una realtà recente, il cui assetto è stato messo in cantiere nel 2008 dal governo Prodi e regolato per legge nel 2015 dal governo Renzi: costituendosi in fondazione, gli Its operano in stretta relazione con il territorio di appartenenza, attraverso una serie di accordi con il mondo imprenditoriale. Al momento le fondazioni attive sono 96, con una concentrazione nelle regioni settentrionali (la capofila è la Lombardia, dove gli Its sono 20), ma non senza presidi significativi in Sicilia, Calabria, Campania, Puglia e Sardegna. Dei circa seimila studenti che hanno conseguito il diploma, tendenzialmente biennale, più dell’80% ha ottenuto un’occupazione stabile.

I ts e lauree professionalizzanti non vanno posti necessariamente in contraddizione, ma occorre fare chiarezza sulle premesse anche culturali dei due diversi ordinamenti. Così come sarebbe ingeneroso sostenere che il ‘pensiero della mano’ appartenga in via esclusiva all’arcipelago degli Its, sarebbe fuorviante investire con eccessivo entusiasmo sul prestigio accademico insito nella nozione stessa di laurea accademica. Molto dipenderà dagli esiti, ormai imminenti, dei lavori della ‘cabina di regia’ appositamente istituita presso il Miur con la partecipazione di esponenti degli Its e della Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui). Tra le soluzioni prese in esame, la più promettente è forse quella della ‘federazione’, strumento che permetterebbe di coordinare caso per caso l’iniziativa di università e Its, così da evitare duplicazioni e fraintendimenti, specie nel dialogo con il territorio. Il modello di riferimento è quello della Svizzera, dove le Hochschulen (scuole di alta formazione professionale, in buona parte assimilabili ai nostri Its) stringono spesso accordi specifici con atenei anche di altri Paesi, adeguandosi di volta in volta alle esigenze didattiche e alle potenziali richieste occupazionali. Una duttilità che, nel contesto italiano, permetterebbe di uscire dall’ambiguità, assegnando valore certo e piena riconoscibilità al titolo di studio conseguito.

Al di là delle soluzioni tecnico-amministrative, però, è sul piano della visione culturale che si gioca la partita più importante. Per l’Italia di oggi il recupero della tradizione manuale non è soltanto un’occasione, ma addirittura una priorità. Dal Rinascimento in poi, i momenti di maggior prosperità del Paese – o, per essere più precisi, delle piccole patrie che compongono il Paese attuale – sono coincisi con il fiorire del pensiero della mano. C’è un motivo se il nostro genio nazionale è Leonardo da Vinci, ‘omo sanza lettere’ e sperimentatore inesausto di arti e marchingegni. E non è che casuale che perfino un accademico come Giosuè Carducci, nel momento in cui si impone quale poeta della nuova Italia unitaria, scelga per se stesso l’appellativo di ‘artiere’. Si potrebbe continuare, con l’ingegner Gadda che mette a soqquadro la scena letteraria e l’operaio specializzato Faussone che, nella Chiave a stella di Primo Levi, suggerisce un’equazione possibile e sconvolgente tra lavoro e felicità. Perché quello che passa per le mani, prima o poi, arriva dritto al cuore.

Alessandro Zaccuri